martedì 13 giugno 2017

Le bocche idriche da incendio a Roma


Quello della foto sopra, per ora, è l'idrante antincendio più vecchio tra quelli che ho fotografato a Roma (si trova in via del Babuino, non lontano da Piazza del Popolo, incassato nella parete di un palazzo, a pochi centimetri di altezza rispetto al piano stradale).
E' il N. 2 del 1879, montato sull'acquedotto dell'Acqua Vergine, della fonderia Luswergh (fallita poco dopo il 1880). I Luswergh oltre che noti fotografi erano anche pompieri (Angelo Luswergh) e produttori artigianali di pompe idrauliche antincendi. La fonderia venne fondata da Tommaso Domenico Luswergh (figlio di Angelo e fratello di Giacomo), produceva lampioni, tombini, ecc. ed aveva circa 300 addetti.
E' probabile che si tratti di uno degli idranti più vecchi in assoluto della città di Roma. Il fatto stesso che sia numerato (N. 2) rende possibile che sia stato uno dei primissimi idranti installati per la prima volta sull'acquedotto pubblico della capitale. E' infatti piuttosto plausibile che le prime bocche idriche da incendio siano state montate sulle condotte dell'acquedotto cittadino proprio nel 1879, e non prima. A tal riguardo si consideri che una delle prime città italiane a deliberare l'installazione degli idranti sulle condotte del proprio acquedotto fu Torino, nel 1862. Lo stesso capoluogo piemontese nel 1870 disponeva di oltre 700 bocche idriche da incendio, distribuite per l'intera città. A Lecco gli idranti iniziarono ad essere installati nel 1904. Mentre Genova, nel 1899, ne aveva ben 650. Alla luce anche di questi dati, ritengo piuttosto probabile che la prima installazione di queste bocche si ebbe, a Roma, proprio nel 1879 (9 anni dopo l'annessione al regno d'Italia, ci siamo anche come tempi relativi a delibere, progetti, esecuzione dei lavori, ecc.). Questo renderebbe l'idrante numero 2 del 1879, visibile sopra, il più antico della città (insieme ovviamente agli altri installati nello stesso anno, se ancora esistenti).

Placca in metallo smaltato realizzata dalla ditta Nazzareno Ceccarani


Nell'ambito delle mie ricerche sulle attrezzature ed i mezzi pompieristici utilizzati in passato, e sulle ditte o case produttrici che li realizzavano, la mia curiosità è caduta su questa placca di pregevole fattura nella quale mi sono casualmente imbattuto.
Si tratta di una placca smaltata in metallo, originariamente apposta in prossimità di una bocca da incendio, realizzata a Roma negli stabilimenti della Ceccarani Nazzareno.
Questa ditta, che realizzava targhe (comprese le prime targhe automobilistiche) e oggetti vari smaltati e in metallo, nel primo decennio del 900 aveva uno stabilimento in via Milano 21, a Roma. Sul finire degli anni 30, dopo aver acquistato un impianto di fonderia di ghisa e metalli della ditta Ferretti Archimede, fu autorizzata (con Decreto Ministeriale 22 novembre 1937-XVI) a trasferire i propri impianti in via Tiburtina 301 e a riattivare lo stabilimento acquistato dalla ditta sopra citata.
A giudicare dalla fattura stilistica della fiamma impressa nella placca (evidentemente del periodo comunale) e dai caratteri utilizzati nella scritta "BOCCA INCENDIO" la stessa dovrebbe risalire al 1910 circa.

Ringrazio il CSE Duilio Loi, in servizio al Nucleo Investigativo Antincendi del CNVVF, per le informazioni fornite.

sabato 17 dicembre 2016

L'origine profonda di ogni cosa, è negli scambi e nelle trasformazioni di energia. Entropia, freccia del tempo e secondo principio della termodinamica

In risposta ad un dialogo su alcuni aspetti legati a temi di natura scientifica, avvenuto altrove:

L'ORIGINE PROFONDA DI OGNI COSA, È NEGLI SCAMBI E NELLE TRASFORMAZIONI DI ENERGIA. 
ENTROPIA, FRECCIA DEL TEMPO E SECONDO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA.

Più o meno le cose stanno così. Più che consumando materia, trasformandola, liberando l'energia che contiene, la "colla" nucleare che la tiene insieme (è grazie ad Einstein e alla sua nota formula, che abbiamo compreso questo aspetto profondo della natura). 
L'intero universo probabilmente è nato da una fluttuazione quantica del vuoto, un improvviso innesco di energia fuoriuscita dal nulla, che ha dato vita, attraverso il Big Bang, a tutto ciò che conosciamo. La materia prende forma grazie alla melassa cosmica che pervade l'universo, il campo di Higgs, che fornisce massa alle particelle elementari che interagiscono col campo. L'aggregazione di queste particelle elementari dotate di massa e carica elettrica (oppure neutre), forma gli atomi e le molecole che creano le strutture piccole e grandi che popolano l'enorme spazio in espansione dell'universo. L'evoluzione ed il destino ultimo di questa immensa e complessa struttura che è l'universo, sembrano legati alla termodinamica, in particolare al suo secondo principio, da cui scaturiscono una grandezza fisica nota come Entropia, e il concetto di "freccia del tempo". In sostanza l'energia non si crea né si distrugge, ma si trasforma (primo principio della termodinamica). Però nel corso di ciascuna di queste trasformazioni (energia meccanica, energia cinetica, energia elettrica, ecc.) una frazione dell'energia totale si "degrada", e si disperde nell'universo sottoforma di energia termica, che non potrà più essere utilizzata per compiere lavoro. Questa frazione di energia termica, che scaturisce e si disperde nel corso di ciascuna trasformazione di energia, va ad aumentare il valore dell'Entropia, cioè di quella grandezza che misura il grado di disordine di un sistema. Questo valore può soltanto crescere e mai diminuire, motivo per cui il destino dell'universo è segnato: tra miliardi e miliardi di anni, quando tutta l'energia si sarà trasformata e dispersa sottoforma di energia termica, non ci sarà più alcun modo di compiere un lavoro, ed il valore dell'Entropia (cioè il grado di disordine dell'universo) sarà massimo. In quel momento, quando anche l'ultima stella si sarà spenta e l'ultimo buco nero sarà evaporato, nell'universo resterà soltanto una debole radiazione, fotoni liberi privi di massa, e si sarà raggiunto l'equilibrio termodinamico. 
Come dicevo poco fa, alla grandezza dell'Entropia è legato il concetto di freccia del tempo. In sostanza se noi nasciamo, invecchiamo e muoiamo, è perché il tempo scorre in un'unica direzione, sempre in avanti. E non è possibile invertire la direzione di scorrimento del tempo, perché per farlo dovremmo violare il secondo principio della termodinamica, ossia diminuire il valore dell'Entropia, ma non è possibile. Questo valore come abbiamo visto cresce sempre. Anche quando a livello "locale" la natura opera per diminuire il valore dell'Entropia (questo avviene ad esempio quando nascono e si formano strutture complesse, come organismi viventi o anche strutture ordinate inanimate, quali le stelle o le aggregazioni di stelle, le galassie), il valore complessivo di questa grandezza cresce sempre nell'universo, perché una frazione dell'energia impiegata per creare queste strutture complesse si degrada e si disperde sempre sottoforma di calore, e il disordine complessivo dell'universo aumenta. Faccio un esempio: se apro una scatola al cui interno sono contenuti oggetti in modo disordinato, ed inizio ad ordinarli e sistemarli, diminuisco il valore dell'Entropia del sistema scatola, ma aumento il valore complessivo dell'Entropia del sistema universo, in quanto una parte dell'energia impiegata per compiere il lavoro necessario per ordinare gli oggetti nella scatola, verrà dispersa sottoforma di calore e non sarà più utilizzabile per compiere un lavoro. La stessa complessità di un organismo vivente, altro non è che una lotta continua compiuta dall'organismo per sottrarsi al proprio destino segnato di soccombere sotto i colpi del disordine. L'organismo finché è vivo conserva la propria struttura ordinata ma lo fa impiegando energia, che nel nostro caso è l'energia metabolica che trasforma il cibo che ingeriamo per consentire alla propria struttura di restare ordinata (viva). Ma nel fare tutto questo, una frazione di questa energia verrà sempre dispersa sottoforma di calore, e il valore complessivo dell'Entropia dell'universo aumenterà anche in questo caso, sebbene tutto il processo abbia consentito al sistema organismo di restare "ordinato", abbassando il valore della propria Entropia interna. Per invertire il corso del tempo dovremmo violare il secondo principio della termodinamica, dovremmo cioè intervenire sul processo naturale dell'universo che fa sì che il valore dell'Entropia cresca sempre spontaneamente, anziché diminuire. Ma è impossibile. Faccio un altro esempio: se prendo un bicchiere in mano e lo lancio sul pavimento lo mando in frantumi. Una struttura ordinata quale era il bicchiere prima di rompersi è diventata una struttura disordinata non appena impattando al suolo si sono rotti i legami che tenevano insieme i frammenti che si sono prodotti. Il valore dell'Entropia del sistema bicchiere è aumentata, e il processo non è reversibile. Ossia se lancio di nuovo sul pavimento i frammenti raccolti non otterrò di nuovo il bicchiere. La freccia del tempo scorre in un'unica direzione (sempre avanti) ed è strettamente legata alla grandezza dell'Entropia e al secondo principio della termodinamica che ne regola l'evoluzione. 
Concludendo, quando dico che l'essenza profonda di ogni cosa è legata agli scambi di energia, sto dicendo che finché nell'universo avrò energia disponibile ad essere trasformata, avrò un sistema vivo e in continua evoluzione. Quando l'equilibrio termodinamico fermerà ogni trasferimento e scambio di energia, ogni cosa nell'universo si fermerà, e a livello microscopico soltanto fotoni (la particella mediatrice della forza elettromagnetica) privi di massa continueranno a circolare in un universo immenso e vuoto. 
Cosa c'entra tutto questo con la natura? Apparentemente poco. Ma la fisica ai tempi di Newton si chiamava filosofia naturale. E la conoscenza e lo studio dei meccanismi che regolano i processi naturali, non può che aiutare a comprendere meglio quale meraviglioso equilibrio e quali meravigliose dinamiche consentono a tutto questo complesso sistema di funzionare. E più si comprende quanta complessa bellezza c'è dietro il funzionamento delle cose, più aumenta la voglia di impegnarsi affinché non venga irreversibilmente alterato quell'equilibrio che consente a tanta armonica bellezza di comporre il quadro complessivo all'interno del quale le nostre vite percorrono la loro parabola esistenziale.

giovedì 18 agosto 2016

Repeated sightings of Alexandrine parakeet Psittacula eupatria in Rome (Central Italy) and its likely acclimatization

Authors/Autori: Francesco Maria Angelici, Alessandro Fiorillo

Alexandrine parakeet sightings have repeatedly occurred in the city of Rome, Italy in the Caffarella valley, within the ‘Regional Park of Appia Antica’ starting from March 2010. Several other sightings have been made since December 2014 onwards. Until now, nesting has not been proven, but it is believed that this may have already occurred.

Avvistamenti ripetuti di Parrocchetto di Alessandro a Roma, e sua possibile acclimatazione.
Diversi avvistamenti di Parrocchetti di Alessandro si sono verificati nella città di Roma, nella valle della Caffarella, all’interno del “Parco Regionale dell’Appia Antica” a partire dal marzo 2010. Nuovi avvistamenti sono stati fatti dal dicembre 2014 in poi. Fino a ora, la nidificazione non è stata provata, ma si ritiene che possa essere già avvenuta.

Free download here/Scaricabile qui: 




Photo by Alessandro Fiorillo

domenica 24 aprile 2016

Possibili resti di Ursus spelaeus rinvenuti di recente a Grotta Cola

Di Alessandro Fiorillo

Nella seconda metà del XIX secolo furono condotti degli scavi dentro Grotta Cola che portarono al rinvenimento di crani e ossa dell’Ursus spelaeus, un orso preistorico che si estinse durante l’ultima glaciazione del Pleistocene, in un periodo compreso tra circa 24000 anni fa e 10000 anni fa (1). Questi scavi furono condotti dal famoso antropologo Giustiniano Nicolucci, il quale nel 1877 pubblicò i risultati dei suoi studi nel testo La Grotta Cola presso Petrella di Cappadocia. 



L’ORSO DELLE CAVERNE (URSUS SPELAEUS)

L’orso delle caverne visse esclusivamente in Europa, a partire dalla glaciazione Riss (270000 anni fa) per scomparire nel corso o verso la fine della glaciazione Würm, sostituito dall'orso bruno europeo. Le sue ossa sono state rinvenute, numerose, all’interno di molte grotte dell’Europa centrale, in particolare in Romania, Austria, Francia, Germania, Regno Unito ma anche in Italia. Nel nostro paese resti dell’Ursus spelaeus sono stati trovati nelle grotte di Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria e, come abbiamo visto, anche in Abruzzo.
L'orso delle caverne era più grande sia dell’odierno orso bruno europeo (Ursus arctos) che del grizzly (Ursus arctos horribilis), è pertanto il più grande orso vissuto sulla Terra, paragonabile per dimensioni all'attuale orso gigante dell'Alaska (Ursus arctos middendorffi). Se pensiamo alla sua massa muscolare, allo spesso strato di grasso e alla folta pelliccia che lo ricopriva, possiamo farci un’idea di quanto il suo aspetto fosse veramente imponente. Era un animale plantigrado, lungo fino a 3 metri, alto al garrese 1.40 m, e il suo peso poteva superare gli 800 kg. Aveva il cranio allungato, con fronte alta e una specie di cresta. Non era carnivoro ma prevalentemente erbivoro (2), nonostante possedesse enormi canini. Il dente ferino perse infatti la sua forma tagliente, i premolari erano ridotti e i grossi molari appiattiti erano muniti di molti tubercoli, che fornivano un'ampia superficie masticatoria. La sensibile usura di tutti i denti degli esemplari adulti rinvenuti, dimostra che erano impegnati in una continua masticazione. Gli orsi delle caverne soffrivano anche di numerose malattie tra le quali l'artrite, la spondilosi e la periostite probabilmente, oltre che per ragioni climatiche, anche a causa di una dieta erbivora carente di una vasta gamma di elementi nutritivi (3).
Nonostante fosse molto diffuso, si ritiene che la sua scomparsa sia stata causata oltre che dal clima rigido della glaciazione, che spinse quest’orso sempre più a sud (4) e provocò significativi cambiamenti nel mondo vegetale, anche dalle numerose malattie (soprattutto ai denti) e dalla competizione con l’uomo.
La maggior parte delle ossa dell’Ursus spelaeus è stata rinvenuta all’interno delle grotte, nelle zone più profonde, dove andava a rifugiarsi durante il letargo, il periodo per lui più critico. Infatti durante l’inverno si nutriva con le riserve di grasso accumulato, ma una volta terminate queste riserve di grasso poteva soccombere con una certa facilità. Ed è proprio per questo motivo che gli studiosi ritengono che i reperti trovati nelle grotte siano i resti di individui morti durante l'inverno. Il che capitava, in particolare, oltre che per i giovani inesperti o le femmine gravide, soprattutto per orsi adulti ed anziani, che durante le stagioni che precedono il letargo non erano riusciti a nutrirsi a sufficienza, spesso per cause dovute ai già citati problemi legati all’usura o alle malattie dei denti (5).



LA GROTTA COLA E I RECENTI RITROVAMENTI

Nel corso dell’estate del 2004 il sottoscritto insieme ad altri giovani ricercatori ed appassionati di storia e natura, riuniti nell’Associazione Culturale Nuovo Mondo (6), effettuammo alcune ricognizioni archeologiche nel territorio di Cappadocia e dintorni (7). Fu proprio nel corso di una di queste ricognizioni, nello specifico quella dedicata all’esplorazione di Grotta Cola, che del tutto casualmente e a livello superficiale rinvenimmo (8) alcuni frammenti ossei nel punto più profondo della grotta, cioè in quello più lontano rispetto all’ingresso della stessa. Incuriositi dal ritrovamento e soprattutto per impedire che questi reperti venissero trafugati o spostati, il 12 settembre e successivamente il 10 e l’11 ottobre 2004 tornammo nella grotta per prelevare questi reperti e per studiarli meglio. Con l’occasione venne con noi anche un’archeologa di professione (9). Successivamente al ritrovamento ipotizzammo che la loro presenza nel sito fosse legata ad antichi riti sacrificali che si svolgevano nelle cosiddette “grotte santuario”, pensammo così che anche Grotta Cola potesse aver avuto questa funzione in una qualche epoca più o meno lontana (10).
Ma studiando più attentamente i reperti ossei, che appaiono ben fossilizzati ed antichi, siamo giunti alla considerazione che probabilmente gli stessi appartengono ad un esemplare di Ursus spelaeus. In particolare sono due frammenti di mascella con denti, questi ultimi piuttosto grandi, che ci hanno spinto verso questa conclusione. Altri frammenti ossei si trovano all’interno di uno strato di roccia, probabilmente di natura calcarea, dello spessore che in alcuni punti supera i 2 centimetri.
Se consideriamo che all’interno di Grotta Cola sono stati già rinvenuti i resti di orso delle caverne all’epoca degli scavi condotti dal Nicolucci e se teniamo conto del fatto che i frammenti che abbiamo rinvenuto nel 2004 si trovavano nella parte più profonda della grotta, cioè dove, con tutta probabilità, migliaia di anni fa un plantigrado si ritirò con la speranza di superare indenne l’inverno glaciale, ecco che sono tutt’altro che remote le possibilità che i frammenti in nostro possesso appartengano ad un altro esemplare di Ursus spelaeus.



CONCLUSIONI

I frammenti, ancora oggi conservati dall’associazione culturale, sono a disposizione di coloro che vorranno studiarli in maniera più approfondita, per arrivare ad una loro identificazione certa e ad una datazione precisa. Nel caso, pur trattandosi di pochi frammenti (11), siamo disponibili a donarli a musei locali, presenti o da istituire nel territorio.

NOTE:

1 - Scorrendo le varie fonti, non è molto chiaro il periodo preciso in cui è avvenuta l’estinzione dell’orso delle caverne. Secondo alcuni questa è avvenuta 24000 anni fa, altri parlano di 15000/10000 anni fa.

2 - Caratteristica che ricorda proprio il nostro Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus).

3 - Un'altra malattia tipica degli erbivori è la attinomicosi, dovuta all' Actinomyces, un batterio che provoca la suppurazione delle mascelle e la caduta dei denti.

4 - Gli orsi delle caverne, durante la loro fase di declino, per ripararsi dal freddo sono emigrati dall’Europa settentrionale verso quella meridionale e nelle aree mediterranee. Essendo infatti il suo habitat costituito dalla foresta, man mano che i ghiacci andavano estendendosi fu costretto a migrare verso sud.

5 - Sono stati rinvenuti frammenti di mascelle di orso delle caverne con denti mancanti a causa di malattie che ne provocarono la caduta o con denti cariati, che non consentivano al plantigrado di alimentarsi a sufficienza per superare l’inverno.

6 - Costituita nel 2004, l’associazione si occupa di ricerca storica e naturalistica, escursionismo ed eventi di natura culturale.

7 - In particolare esplorammo alcuni resti presumibilmente d’epoca romana che si trovano nei pressi del fiume Liri, non lontano dalle sorgenti. Ci recammo anche a Morbano, per ulteriori indagini su ciò che resta di questo paese, spopolatosi probabilmente nel XVI secolo.

8 - Autori del ritrovamento, durante la prima ricognizione della grotta, furono il sottoscritto Alessandro Fiorillo, Daniele Santarelli e Stefano Tocci. Alle ulteriori e successive indagini di studio hanno partecipato anche Sonia Grigatti, Francesca Di Stefano, l’ing. Valter Cosciotti e l’archeologa Micaela Merlino.

9 - Considerando la frequentazione assidua del sito da parte di escursionisti vari, non sempre rispettosi del delicato ambiente della grotta, il nostro timore era quello che questi reperti potessero essere trafugati e dispersi, impedendone così uno studio più attento. Non possiamo neanche escludere che il loro ritrovamento ad un livello superficiale sia legato a scavi clandestini effettuati sul posto, in epoca ignota. Dalla data del prelevamento questi reperti sono conservati dall’associazione e sono a disposizione di coloro che vorranno studiarli in maniera più approfondita. Sarebbero utili delle ricerche per giungere ad una datazione il più possibile precisa dei frammenti ossei conservati.

10 - Vedi A. Fiorillo, La grotta Cola di Cappadocia, in Aequa, (VII) 22, luglio 2005, pp. 21-24 e A. Fiorillo, Indagini archeologiche nel territorio di Cappadocia, in Aequa, (VII) 20, gennaio 2005, pp. 9-11.

11 - E’ probabile che altri resti e frammenti ossei siano ancora sotterrati nel punto dove, a livello superficiale, rinvenimmo i resti oggi in nostro possesso.


Si ringrazia Paolo Marenzi per le utili informazioni fornite.


BIBLIOGRAFIA:

http://www.gmpe.it/content/lorso-delle-caverne [23.04.2016]

http://www.speleolessinia.it/orso-speleo [23.04.2016]


Seguono le foto dei reperti ossei rinvenuti e raccolti:


Ingresso di Grotta Cola, 12 settembre 2004






























Pulizia della sponda dell'Oasi urbana del Tevere

Ritrovarsi con ramazze e rastrelli a ripulire un tratto di sponda del biondo fiume della propria città, insieme ad amici che condividono gli stessi valori, in nome del decoro, dell'impegno civico e soprattutto della difesa dell'ambiente. 
Piccoli gesti...per continuare a sperare, perché questa città (e la natura che ospita) merita un'attenzione maggiore rispetto a quella che gli è stata offerta negli ultimi anni, sia dalle istituzioni (quella municipale in primis, che risponde al roboante nome di Roma Capitale, e via salendo) che dagli stessi cittadini. 
Speriamo in una stagione nuova (prossima ventura) e in tempi migliori.









sabato 23 aprile 2016

La storia raccontata dai testimoni: intervista a Mario Bianchi, partigiano dei GAP

In occasione dell'approssimarsi del 25 aprile, ripropongo qui l'intervista che effettuai nel 2008 a Mario Bianchi, partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica che operavano a Roma durante il periodo dell'occupazione tedesca della città. 
Uno spaccato di storia contemporanea, raccontata direttamente da uno dei testimoni che l'ha vissuta e ne fu protagonista.