domenica 24 aprile 2016

Possibili resti di Ursus spelaeus rinvenuti di recente a Grotta Cola

Di Alessandro Fiorillo

Nella seconda metà del XIX secolo furono condotti degli scavi dentro Grotta Cola che portarono al rinvenimento di crani e ossa dell’Ursus spelaeus, un orso preistorico che si estinse durante l’ultima glaciazione del Pleistocene, in un periodo compreso tra circa 24000 anni fa e 10000 anni fa (1). Questi scavi furono condotti dal famoso antropologo Giustiniano Nicolucci, il quale nel 1877 pubblicò i risultati dei suoi studi nel testo La Grotta Cola presso Petrella di Cappadocia. 



L’ORSO DELLE CAVERNE (URSUS SPELAEUS)

L’orso delle caverne visse esclusivamente in Europa, a partire dalla glaciazione Riss (270000 anni fa) per scomparire nel corso o verso la fine della glaciazione Würm, sostituito dall'orso bruno europeo. Le sue ossa sono state rinvenute, numerose, all’interno di molte grotte dell’Europa centrale, in particolare in Romania, Austria, Francia, Germania, Regno Unito ma anche in Italia. Nel nostro paese resti dell’Ursus spelaeus sono stati trovati nelle grotte di Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria e, come abbiamo visto, anche in Abruzzo.
L'orso delle caverne era più grande sia dell’odierno orso bruno europeo (Ursus arctos) che del grizzly (Ursus arctos horribilis), è pertanto il più grande orso vissuto sulla Terra, paragonabile per dimensioni all'attuale orso gigante dell'Alaska (Ursus arctos middendorffi). Se pensiamo alla sua massa muscolare, allo spesso strato di grasso e alla folta pelliccia che lo ricopriva, possiamo farci un’idea di quanto il suo aspetto fosse veramente imponente. Era un animale plantigrado, lungo fino a 3 metri, alto al garrese 1.40 m, e il suo peso poteva superare gli 800 kg. Aveva il cranio allungato, con fronte alta e una specie di cresta. Non era carnivoro ma prevalentemente erbivoro (2), nonostante possedesse enormi canini. Il dente ferino perse infatti la sua forma tagliente, i premolari erano ridotti e i grossi molari appiattiti erano muniti di molti tubercoli, che fornivano un'ampia superficie masticatoria. La sensibile usura di tutti i denti degli esemplari adulti rinvenuti, dimostra che erano impegnati in una continua masticazione. Gli orsi delle caverne soffrivano anche di numerose malattie tra le quali l'artrite, la spondilosi e la periostite probabilmente, oltre che per ragioni climatiche, anche a causa di una dieta erbivora carente di una vasta gamma di elementi nutritivi (3).
Nonostante fosse molto diffuso, si ritiene che la sua scomparsa sia stata causata oltre che dal clima rigido della glaciazione, che spinse quest’orso sempre più a sud (4) e provocò significativi cambiamenti nel mondo vegetale, anche dalle numerose malattie (soprattutto ai denti) e dalla competizione con l’uomo.
La maggior parte delle ossa dell’Ursus spelaeus è stata rinvenuta all’interno delle grotte, nelle zone più profonde, dove andava a rifugiarsi durante il letargo, il periodo per lui più critico. Infatti durante l’inverno si nutriva con le riserve di grasso accumulato, ma una volta terminate queste riserve di grasso poteva soccombere con una certa facilità. Ed è proprio per questo motivo che gli studiosi ritengono che i reperti trovati nelle grotte siano i resti di individui morti durante l'inverno. Il che capitava, in particolare, oltre che per i giovani inesperti o le femmine gravide, soprattutto per orsi adulti ed anziani, che durante le stagioni che precedono il letargo non erano riusciti a nutrirsi a sufficienza, spesso per cause dovute ai già citati problemi legati all’usura o alle malattie dei denti (5).



LA GROTTA COLA E I RECENTI RITROVAMENTI

Nel corso dell’estate del 2004 il sottoscritto insieme ad altri giovani ricercatori ed appassionati di storia e natura, riuniti nell’Associazione Culturale Nuovo Mondo (6), effettuammo alcune ricognizioni archeologiche nel territorio di Cappadocia e dintorni (7). Fu proprio nel corso di una di queste ricognizioni, nello specifico quella dedicata all’esplorazione di Grotta Cola, che del tutto casualmente e a livello superficiale rinvenimmo (8) alcuni frammenti ossei nel punto più profondo della grotta, cioè in quello più lontano rispetto all’ingresso della stessa. Incuriositi dal ritrovamento e soprattutto per impedire che questi reperti venissero trafugati o spostati, il 12 settembre e successivamente il 10 e l’11 ottobre 2004 tornammo nella grotta per prelevare questi reperti e per studiarli meglio. Con l’occasione venne con noi anche un’archeologa di professione (9). Successivamente al ritrovamento ipotizzammo che la loro presenza nel sito fosse legata ad antichi riti sacrificali che si svolgevano nelle cosiddette “grotte santuario”, pensammo così che anche Grotta Cola potesse aver avuto questa funzione in una qualche epoca più o meno lontana (10).
Ma studiando più attentamente i reperti ossei, che appaiono ben fossilizzati ed antichi, siamo giunti alla considerazione che probabilmente gli stessi appartengono ad un esemplare di Ursus spelaeus. In particolare sono due frammenti di mascella con denti, questi ultimi piuttosto grandi, che ci hanno spinto verso questa conclusione. Altri frammenti ossei si trovano all’interno di uno strato di roccia, probabilmente di natura calcarea, dello spessore che in alcuni punti supera i 2 centimetri.
Se consideriamo che all’interno di Grotta Cola sono stati già rinvenuti i resti di orso delle caverne all’epoca degli scavi condotti dal Nicolucci e se teniamo conto del fatto che i frammenti che abbiamo rinvenuto nel 2004 si trovavano nella parte più profonda della grotta, cioè dove, con tutta probabilità, migliaia di anni fa un plantigrado si ritirò con la speranza di superare indenne l’inverno glaciale, ecco che sono tutt’altro che remote le possibilità che i frammenti in nostro possesso appartengano ad un altro esemplare di Ursus spelaeus.



CONCLUSIONI

I frammenti, ancora oggi conservati dall’associazione culturale, sono a disposizione di coloro che vorranno studiarli in maniera più approfondita, per arrivare ad una loro identificazione certa e ad una datazione precisa. Nel caso, pur trattandosi di pochi frammenti (11), siamo disponibili a donarli a musei locali, presenti o da istituire nel territorio.

NOTE:

1 - Scorrendo le varie fonti, non è molto chiaro il periodo preciso in cui è avvenuta l’estinzione dell’orso delle caverne. Secondo alcuni questa è avvenuta 24000 anni fa, altri parlano di 15000/10000 anni fa.

2 - Caratteristica che ricorda proprio il nostro Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus).

3 - Un'altra malattia tipica degli erbivori è la attinomicosi, dovuta all' Actinomyces, un batterio che provoca la suppurazione delle mascelle e la caduta dei denti.

4 - Gli orsi delle caverne, durante la loro fase di declino, per ripararsi dal freddo sono emigrati dall’Europa settentrionale verso quella meridionale e nelle aree mediterranee. Essendo infatti il suo habitat costituito dalla foresta, man mano che i ghiacci andavano estendendosi fu costretto a migrare verso sud.

5 - Sono stati rinvenuti frammenti di mascelle di orso delle caverne con denti mancanti a causa di malattie che ne provocarono la caduta o con denti cariati, che non consentivano al plantigrado di alimentarsi a sufficienza per superare l’inverno.

6 - Costituita nel 2004, l’associazione si occupa di ricerca storica e naturalistica, escursionismo ed eventi di natura culturale.

7 - In particolare esplorammo alcuni resti presumibilmente d’epoca romana che si trovano nei pressi del fiume Liri, non lontano dalle sorgenti. Ci recammo anche a Morbano, per ulteriori indagini su ciò che resta di questo paese, spopolatosi probabilmente nel XVI secolo.

8 - Autori del ritrovamento, durante la prima ricognizione della grotta, furono il sottoscritto Alessandro Fiorillo, Daniele Santarelli e Stefano Tocci. Alle ulteriori e successive indagini di studio hanno partecipato anche Sonia Grigatti, Francesca Di Stefano, l’ing. Valter Cosciotti e l’archeologa Micaela Merlino.

9 - Considerando la frequentazione assidua del sito da parte di escursionisti vari, non sempre rispettosi del delicato ambiente della grotta, il nostro timore era quello che questi reperti potessero essere trafugati e dispersi, impedendone così uno studio più attento. Non possiamo neanche escludere che il loro ritrovamento ad un livello superficiale sia legato a scavi clandestini effettuati sul posto, in epoca ignota. Dalla data del prelevamento questi reperti sono conservati dall’associazione e sono a disposizione di coloro che vorranno studiarli in maniera più approfondita. Sarebbero utili delle ricerche per giungere ad una datazione il più possibile precisa dei frammenti ossei conservati.

10 - Vedi A. Fiorillo, La grotta Cola di Cappadocia, in Aequa, (VII) 22, luglio 2005, pp. 21-24 e A. Fiorillo, Indagini archeologiche nel territorio di Cappadocia, in Aequa, (VII) 20, gennaio 2005, pp. 9-11.

11 - E’ probabile che altri resti e frammenti ossei siano ancora sotterrati nel punto dove, a livello superficiale, rinvenimmo i resti oggi in nostro possesso.


Si ringrazia Paolo Marenzi per le utili informazioni fornite.


BIBLIOGRAFIA:

http://www.gmpe.it/content/lorso-delle-caverne [23.04.2016]

http://www.speleolessinia.it/orso-speleo [23.04.2016]


Seguono le foto dei reperti ossei rinvenuti e raccolti:


Ingresso di Grotta Cola, 12 settembre 2004






























Pulizia della sponda dell'Oasi urbana del Tevere

Ritrovarsi con ramazze e rastrelli a ripulire un tratto di sponda del biondo fiume della propria città, insieme ad amici che condividono gli stessi valori, in nome del decoro, dell'impegno civico e soprattutto della difesa dell'ambiente. 
Piccoli gesti...per continuare a sperare, perché questa città (e la natura che ospita) merita un'attenzione maggiore rispetto a quella che gli è stata offerta negli ultimi anni, sia dalle istituzioni (quella municipale in primis, che risponde al roboante nome di Roma Capitale, e via salendo) che dagli stessi cittadini. 
Speriamo in una stagione nuova (prossima ventura) e in tempi migliori.









sabato 23 aprile 2016

La storia raccontata dai testimoni: intervista a Mario Bianchi, partigiano dei GAP

In occasione dell'approssimarsi del 25 aprile, ripropongo qui l'intervista che effettuai nel 2008 a Mario Bianchi, partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica che operavano a Roma durante il periodo dell'occupazione tedesca della città. 
Uno spaccato di storia contemporanea, raccontata direttamente da uno dei testimoni che l'ha vissuta e ne fu protagonista.



venerdì 22 aprile 2016

L'intervento dei vigili del fuoco sovietici a Chernobyl

Frequentemente viene utilizzato l’appellativo “eroe” nei confronti di quello che è molto più che un mestiere, il vigile del fuoco, e talvolta quest’ultimo prova persino un pò di fastidio nei confronti di questo vocabolo troppo spesso utilizzato in maniera retorica. Ma se c’è qualcuno che merita fino in fondo di essere collegato ad un’impresa eroica, questi sono certamente i vigili del fuoco che intervennero il 26 aprile 1986 nella centrale nucleare di Chernobyl. Ricordiamo tutti quel tragico evento, quell’esplosione che ad oggi resta il più grave incidente verificatosi in una centrale nucleare, classificato come catastrofico con il livello 7, il massimo della scala INES dell'IAEA (1). Ricordiamo anche la nube radioattiva che, sprigionatasi dalla centrale in fiamme, raggiunse molti paesi europei (compresa l’Italia) e persino, seppure con livelli di contaminazione notevolmente minori, porzioni della costa orientale del Nord America. Ma pochi forse sanno che se si riuscì ad evitare che la catastrofe assumesse proporzioni di gran lunga peggiori, fu grazie all’opera di quei vigili del fuoco che sacrificarono letteralmente la loro vita, ed è a loro e alla loro memoria che questo articolo è prima di tutto dedicato.
Iniziamo questa ricostruzione dal 1982 circa, cioè da quando nella città ucraina di Pryp'jat' erano ancora in corso i lavori per la costruzione del quarto blocco della centrale nucleare intitolata a Vladimir Lenin. In quel periodo, contestualmente ai sopra citati lavori di ampliamento, si tenevano nella cittadina ucraina, per lo più abitata dai dipendenti e dal personale della centrale, conferenze ed incontri sui problemi della sicurezza della centrale stessa, nell’ambito dei quali venivano prospettate diverse soluzioni: un sistema di protezione contro gli incendi, il rafforzamento del contingente di vigili del fuoco in servizio alla centrale, il miglioramento della relativa attrezzatura e dei materiali, l’organizzazione dei programmi di addestramento che fossero il più possibile rispondenti alla realtà. E l’ultima esercitazione, prima della catastrofe, coinvolse i vigili del fuoco il 5 marzo 1986, esattamente un mese e mezzo prima dell’esplosione. Come ammise qualche tempo dopo il Generale A. K. Mikeev, Capo della Direzione Generale dei Vigili del Fuoco dell’U.R.S.S. e Vice Presidente del C.T.I.F. (Comitato Tecnico Internazionale di Prevenzione ed Estinzione Incendi), nonostante la regolarità e l’indubbia utilità degli addestramenti e delle esercitazioni periodiche, non era stata assolutamente prevista una situazione in cui la sala del reattore sarebbe stata completamente o parzialmente distrutta. L’eventualità che ciò accadesse era ritenuta talmente improbabile da non esser presa in considerazione nei calcoli e nelle ipotesi. Lo stesso Mikeev in un articolo pubblicato nel 1987 sulla rivista francese "Le sapeur pompier" ci tenne a scrivere che, malgrado gli articoli della stampa estera sulla catastrofe, i reattori a grafite refrigerati con acqua, del tipo RBMK (reattore a canali di grande potenza), installati nei quattro blocchi della centrale di Chernobyl, diedero prova di sicurezza durante i diversi anni di funzionamento e lo stesso reattore del quarto blocco aveva funzionato perfettamente dalla sua messa in esercizio fino al giorno dell’incidente. Tecnicamente, continuò Mikeev nel suo articolo, erano state adottate tutte le misure per garantire livelli adeguati di sicurezza, dai sistemi di protezione del reattore alle installazioni antincendio in tutto il blocco. Di una sola cosa non si era tenuto completamente conto: il fattore umano.

LA CATASTROFE

Alla vigilia del 26 aprile, all’inizio dei lavori di manutenzione di routine, si prese la decisione di effettuare degli esperimenti relativi al funzionamento di uno dei turbogeneratori. Nel corso dei preparativi per questi esperimenti e in concomitanza con la loro realizzazione, alcuni dispositivi tecnici per la protezione del reattore furono disattivati: la visualizzazione dei segnali d’allarme sul quadro di comando venne bloccata, violando importanti procedure del regolamento, e questo portò ad una crescita brusca della potenza del reattore, senza che questa potesse essere controllata.
A causa di  un insufficiente raffreddamento si ebbe un considerevole aumento della temperatura che provocò la rottura di diverse guaine, il che diede il via all’innesco di reazioni zirconio-vapore ed altre reazioni esotermiche. La pressione della miscela idrogeno-vapore nell’involucro a tenuta del reattore aumentò fino a provocare un’esplosione termica. La prima esplosione ebbe luogo alle ore 01.24 seguita, qualche secondo dopo, da una seconda esplosione che provocò la distruzione dell’involucro del reattore e la proiezione di frammenti provenienti dal nocciolo del reattore e di frammenti della struttura in grafite. Questi frammenti, sparpagliandosi sul tetto del blocco e dell’edificio ausiliario, caddero su un impianto di ventilazione e sulla tettoia dei macchinari provocando oltre trenta focolai. Almeno cinque focolai furono individuati nei diversi livelli del locale del reattore e del locale contenente le apparecchiature. Il fuoco, propagandosi molto rapidamente, minacciò tutto il sistema di comando e di protezione della centrale. Alcune condutture dell’olio e i cortocircuiti dei cavi elettrici innescarono l’incendio dei macchinari situati accanto ad uno dei turbogeneratori, in un’area particolarmente pericolosa per la presenza di enormi serbatoi di petrolio installati accanto ad ogni turbina.

I SOCCORSI

Intervennero per prime due squadre di Vigili del Fuoco con tre veicoli d’estinzione, comandate dal tenente Vladimir Pravik, che arrivarono sul posto cinque minuti dopo l’esplosione. Dopo circa altri cinque minuti sopraggiunse anche una squadra di pompieri della cittadina di Pryp'jat', comandanta dal tenente Victor Kibenok. Nei 15-20 minuti successivi tutti i Vigili del Fuoco disponibili nelle vicinanze accorsero alla centrale nucleare: tra questi Léonide Télyatnikov, Comandante del corpo dei Vigili del Fuoco, che assunse il comando delle operazioni. Un’ora e mezza dopo l’esplosione, dopo aver percorso circa 150 km, giunsero sul posto anche le squadre dei Vigili del Fuoco di Kiev e della regione. Malgrado le difficoltà in prossimità del reattore distrutto, i primi 28 pompieri lottarono incessantemente contro il fuoco sotto una pioggia di frammenti radioattivi e incandescenti. Essi erano consapevoli di operare in una zona sottoposta ad alti livelli di radioattività, pur ignorandone in quei momenti il valore esatto. Gli automezzi di spegnimento vennero rapidamente collegati con gli idranti e, mediante i naspi, furono allacciati alle colonne secche dei sistemi di protezione antincendio. Le scale aeree permisero ai Vigili del Fuoco di salire sul tetto del locale macchine e del blocco ausiliario. I tubi supplementari furono impiegati per sostituire la condotta d’acqua interna danneggiata dalle esplosioni. I monitor fissi diressero l’estinguente sugli incendi accessibili dal suolo, raffreddando le strutture portanti metalliche evitando così altre distruzioni. I pompieri, muniti di lance a mano, localizzarono gli incendi principali sul tetto del locale macchine e dell’edificio ausiliario e provvidero a domarli. Questa fase vide impegnati nelle operazioni 10 veicoli antincendio, tra cui due autopompe e quattro autocisterne. Una situazione critica si creò nel locale apparecchiature del quarto blocco, situato al livello superiore dell’edificio del reattore, ad un’altezza di 79 metri. Poiché una porzione del tetto al di sopra del reattore era crollata, l’onda d’urto aveva deformato le strutture portanti. Inoltre a rendere ulteriormente complicate le operazioni furono i fumi tossici provenienti dalla tettoia in fiamme, che coprirono tutta la superficie incendiata invadendo decine di metri quadri. Un’altra situazione di grave pericolo venne a crearsi nelle vicinanze del blocco confinante sul lato dell’edificio ausiliario, in particolare nella zona del terzo blocco, minacciata dal propagarsi delle fiamme. In quella zona il Comandante Léonide Télyatnikov concentrò gli sforzi delle squadre, ponendo a capo delle operazioni i tenenti V. Pravik e V. Kibenok. Ripreso il controllo della situazione in prossimità del terzo blocco, una parte dei Vigili del Fuoco fu trasferita nel locale macchinari, per spegnere le fiamme intorno alla turbina. Per un’ora e mezza, sotto le strutture che crollavano, un pugno di pompieri, esposto a radiazioni elevate e rilevanti esalazioni tossiche, lottò contro le fiamme ad un’altezza situata tra 12 e 70 metri. In tal modo i vigili riuscirono a localizzare ed estinguere il fuoco nella maggior parte delle zone. Alle ore 02.10 gli ultimi focolai che si erano sviluppati sul tetto del locale macchinari furono spenti. Dopo circa 20 minuti tutti gli sforzi dei pompieri si concentrarono nella sala del reattore, dove un manipolo limitato di vigili, dotato di mezzi di protezione supplementari, ricevette l’ordine di penetrare nella zona sinistrata. Questa squadra, quest’eroico manipolo di pompieri, domò l’incendio verso le 5 del mattino, dopo 4 ore di intenso lavoro (2), mentre un’altra squadra equipaggiata di dosimetri si occupò del controllo delle zone irradiate e contemporaneamente di proteggere la popolazione dai pericoli radiologici (3). Quella della centrale di Chernobyl fu la prima esperienza al mondo in merito all’estinzione di un incendio in prossimità di un reattore distrutto e in presenza di radioattività. Quasi tutti i pompieri che intervennero quella notte furono esposti a dosi massicce di radiazioni, e 6 di essi morirono già a partire dai giorni successivi (4). Come scrisse Mikeev: “I loro nomi resteranno impressi nella memoria dei Sovietici, di tutta l’umanità progressista e di tutti coloro che si rendono conto come essi abbiano salvato il mondo dal disastro”. Intervennero complessivamente nella centrale di Chernobyl 37 squadre di Vigili del Fuoco per un totale di 240 uomini e 81 automezzi antincendio (5).
Mi sembra significativo concludere l’articolo riportando di nuovo le parole di Mikeev, che inducono, ancora oggi, ad un’attenta riflessione:
Sono i Vigili del Fuoco che, nell’adempimento del loro dovere, paragonabile a gesta eroiche, hanno dovuto respingere per primi la forza annientatrice dell’atomo in rivolta. Essi sono stati investiti del diritto morale di proclamare che la soppressione di un conflitto nucleare è d’importanza vitale. A mio parere, questo è oggi il problema principale che devono affrontare i Vigili del Fuoco del pianeta. Noi viviamo in un mondo di stretta interdipendenza e abbiamo bisogno di unire i nostri sforzi per proteggerci dai rischi originati dallo sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche. Gli avvenimenti di Chernobil sono dolorosi. Sarebbe meglio se non fossero mai esistiti. Tuttavia, poiché essi sono diventati realtà, che servano da lezione a tutti i paesi del mondo, a tutta l’umanità”.


NOTE:

(1) Lo stesso livello 7 è stato assegnato all'incidente avvenuto nella centrale di Fukushima l’11 marzo 2011, a seguito di un fortissimo terremoto seguito da un altrettanto devastante maremoto.

(2) Si trattò del miglior tempo possibile in una situazione simile.

(3) Il reattore continuò a bruciare per giorni e venne spento con l'ausilio di elicotteri che sganciarono migliaia di tonnellate di boro, silicati, sabbia e dolomia. Nel corso di uno di questi lanci un elicottero precipitò e morirono tutti e quattro i membri dell’equipaggio.

(4) I pompieri intervenuti nella centrale di Chernobyl furono esposti ad una dose di radiazioni “letali” superiore perfino alle vittime di Hiroshima, dove si produssero raggi gamma solo nell’istante della detonazione e a 2500 piedi di altezza. I vigili del fuoco che operarono sul tetto del reattore rimasero in loco per più di un’ora, esposti a raggi gamma e neutroni emessi dall’uranio e dalla grafite radioattivi in fiamme, a dosi di 20.000 roentgen/ora (la dose letale è di 400): dopo 48 secondi di esposizione la loro morte era sicura. Furono colti da conati di vomito e da febbre altissima, e non riuscivano a stare in piedi. I colleghi li trasportarono in ospedale da dove poi vennero trasferiti a Mosca all’ospedale numero 6, specializzato nel trattamento delle radiazioni. Lì morirono due settimane più tardi, vittime delle esposizioni radioattive talmente intense da far diventare blu gli occhi castani del tenente Vladimir Pravik. Il pompiere Nikolai Titenok invece riportò ustioni interne così gravi da presentare ulcerazioni al muscolo cardiaco; tutti furono sepolti in sarcofagi sigillati in piombo. Il tenente Pravik apparteneva al reparto militare n. 2 dei vigili del fuoco in servizio presso la centrale nucleare di Chernobyl. Gli altri 5 pompieri deceduti erano invece in forza al sesto reparto urbano e furono i primi a spegnere le fiamme sul reattore.

(5) L’azione dei Vigili del Fuoco non si limitò a domare l’incendio della centrale. Essi parteciparono attivamente alle operazioni di sgombero della zona, allo svuotamento dell’acqua dai serbatoi contaminati, all’approvvigionamento di acqua delle betoniere. Inoltre aiutarono a decontaminare gli edifici, i fabbricati, gli immobili e tutta la zona radioattiva, effettuando anche le missioni che si resero necessarie nella fase del seppellimento del blocco danneggiato. Garantirono la sicurezza contro gli incendi nella città abbandonata di Pryp'jat' e in tutta la zona compresa in un raggio di 30 km. Anche un incendio insignificante delle foreste contaminate e delle torbiere ricoperte dalla polvere radioattiva avrebbe rappresentato un ulteriore elemento di pericolo, per la dispersione della radioattività provocata dal fumo e dalle ceneri, con ulteriore estensione della zona contaminata.



Vigili del fuoco, sepolti al cimitero Mytynsky, regione di Mosca: TYSHCHURA Ivanovych Volodymyr (1959/12/15 - 1986/10/05), KYBENOK Mykolayovych Viktor (1963/02/17 – 1986/05/11), PRAVYK Pavlovych Volodymyr (1962/06/13 - 1986/05/11), IHNATENKO Ivanovych Vasyl (1961/03/13 - 1986/05/13), VASHCHUK Vasylyovych Mykola (1959/06/05 - 1986/05/14), TYTENOK Ivanovych Mykola (1962/05/12 - 1986/05/16).

Nome: Tishchura, Ivanovych Volodymyr
Nome cirillico: Тищура, Владимир Иванович
Data di nascita: 1959/12/15
Data di morte: 1986/05/10
Causa di morte: ustioni da radiazione
Ruolo: pompiere
Note: sergente, nell’unità di Kibenok, ha lottato contro gli incendi nel reparto del reattore, nella camera di separazione, e nella sala centrale

Nome: Kibenok, Viktor Mykolayovych
Nome cirillico: Кибенок, Виктор Николаевич
Data di nascita: 1963/02/17
Data di morte: 1986/05/11
Causa di morte:
Ruolo: pompiere
Note: luogotenente, caposquadra della seconda unità, impegnato nella lotta contro gli incendi nel locale reattore, nella sala separatore, e nella sala centrale, nominato Eroe dell'Unione Sovietica nel 1987.

Nome: Pravik, Pavlovych Vladimir
Nome cirillico: Правик, Владимир (Володя) Павлович
Data di nascita: 1962/06/13
Data di morte: 1986/05/11
Causa di morte: ustioni da radiazione
Ruolo: pompiere
Note: Tenente della squadra del primo equipaggio pompieri. Ha lavorato sul tetto del reattore, più volte ha visitato il reattore e il tetto della Unità C al livello 71 per sorvegliare l'antincendio; ha ricevuto la dose fatale durante il tentativo di spegnere il tetto e il nocciolo del reattore, è morto due settimane dopo a Mosca Hospital 6; i suoi occhi si dice siano stati trasformati dal marrone al blu per l'intensità della radiazione; nel 1987, insignito postumo del titolo di Eroe dell'Unione Sovietica.

Nome: Ignatenko, Vasyli Ivanovych
Nome cirillico: Игнатенко, Василий Иванович
Data di nascita: 1961/03/13
Data di morte: 1986/05/13
Causa di morte:
Ruolo: pompiere
Note: sergente maggiore, nell’equipaggio che interviene per primo sul tetto del reattore, ha ricevuto la dose fatale durante il tentativo di spegnere il tetto e il nocciolo del reattore, è morto due settimane dopo a Mosca in ospedale.

Nome: Vashchuk, Vasylyovych Mykola
Nome cirillico: Ващук, Николай Васильевич
Data di nascita: 1959/06/05
Data di morte: 1986/05/14
Causa di morte:
Ruolo: pompiere
Note: sergente, nell’unità di Kibenok, ha lottato contro gli incendi nel reparto del reattore, nella camera di separazione, e nella sala centrale.

Nome: Titenok, Nikolai Ivanovych
Nome cirillico: Титенок, Николай Иванович
Data di nascita: 1962/12/05
Data di morte: 1986/05/16
Causa di morte: radiazione ustioni esterne e interne, incluse vesciche al cuore.
Ruolo: pompiere
Note: sergente maggiore, nell’unità di Kibenok, ha lottato contro gli incendi nel reparto del reattore, nella camera di separazione, e nella sala centrale, ha ricevuto la dose fatale durante il tentativo di spegnere il tetto e il nocciolo del reattore, è morto due settimane dopo a Mosca Hospital 6.


Vigile del fuoco sopravvissuto, ma morto in seguito nel 2004:

Nome: Telyatnikov, Leonid Petrovich
Nome cirillico: Телятников, Леонид Петрович
Data di nascita: 1951/01/25
Data di morte: 2004/12/02
Causa di morte: sopravvissuto, ma morto in seguito nel 2004.
Ruolo: pompiere
Note: capo dei vigili del fuoco centrale, nel 1987 nominato Eroe dell'Unione Sovietica: secondo Shavrey, arrivò sulla scena ubriaco richiamato da una festa di compleanno per il fratello.


Vigili del fuoco gravemente feriti nel corso dell’intervento:

Nome: Golovnenko, Mikhail
Nome cirillico: Головненко, Миша
Ruolo: Vigile del fuoco, conducente.
Note:

Nome: Khmel, Grigori Matvyevich
Nome cirillico: Хмель, Григорий Матвеевич
Ruolo: pompiere.
Note:

Nome: Petrovskiy, Aleksander
Nome cirillico: Петровский, Александр
Ruolo: pompiere.
Note: controllava la diffusione del fuoco dal tetto del Unità C fino a 06:00 come ordinato da Teliatnikov.

Nome: Prishchepa, VA
Nome cirillico: Прищепа, В.А.
Ruolo: pompiere.
Note: unità Pravik, controllava la propagazione del fuoco dal tetto del Unità C fino a 06:00 come ordinato da Teliatnikov.


Dipendenti della centrale nucleare di Chernobyl sepolti o ricordati al cimitero Mytynsky, presso Mosca: KHODEMCHUK Valeriy Illich (1951/03/24 - 1986/04/26. Rimasto per sempre nell’unità 4 della centrale nucleare di Chernobyl),  SHASHENOK Mykolayovych Volodymyr (1951/04/21 - 1986/04/26. Traslato nel dicembre 1988),  LELECHENKO Hryhorovyč Oleksandr (1938/07/26 - 1986/05/07. Sepolto nella sua Patria, nella regione di Moldova), AKYMOV Fedorovyč Oleksandr (1953/06/05 - 1986/11/05), KURHUZ Kharlampiyovych Anatoliy (1957/06/12 - 1986/12/05),  ORLOV Lukych Ivan (1945/10/01 - 1986/05/13),  TOPTUNOV Fedorovyč Leonid (1960/08/16 - 1986/05/14),  BRAZHNYK Stefanovych Vyacheslav (1957/03/05 - 1986/05/14),  KUDRYATSEV Hennadiyovych Oleksandr (1957/11/12 - 1986/05/14),  LOPATYUK Ivanovych Viktor (1960/08/22 - 1986/05/17),  SHAPOVALOV Ivanovych Anatoliy (1941/04/06 - 1986/05/19),  DEHTYARENKO Mykhaylovych Viktor (1954/08/10 - 1986/05/19),  PROSKURYAKOV Vasylyovych Viktor (1955/09/04 - 1986/05/17),  BARANOV Ivanovych Anatoliy (1953/06/13 - 1986/05/20),  PERCHUK Hryhorovyč Kostyantyn (1952/11/23 - 1986/05/20),  SAVENKOV Ivanovych Volodomyr (1958/02/15 - 1986/05/21),  IVANENKO Kateryna Oleksandrivna (1932/09/11 - 1986/05/26), KONOVAL Ivanovych Yuriy (1942/01/01 - 1986/05/28), SYTNYKOV Andriyovych Anatoliy (1940/01/20 - 1986/05/30),  POPOV Ilarionovych Heorhiy (1940/02/21 - 1986/06/13),  PEREVOZCHENKO Ivanovych Valeriy (1947/06/05 - 1986/06/13),  VERSHYNIN Anatolijovyč Yuriy (1959/05/22 - 1986/07/21),  NOVYK Vasylyovych Oleksandr (1961/08/11 - 1986/07/26),  LUZHANOVA Klavdiya Ivanivna (1927/05/09 - 1986/07/31).


Componenti l’equipaggio dell’elicottero caduto durante le operazioni di liquidazione il 2 ottobre 1986:

Vorobvob Kostyantynovych Volodymyr (1956/03/21 - 1986/02/10)
Yunhkind Yevhenovych Oleksandr (1958/04/15 - 1986/10/02)
Khrystych Ivanovych Leonid (1953/02/28 - 1986/10/02)
Hanzhuk Oleksandrovych Mykola (1960/06/26 - 1986/10/02)



BIBLIOGRAFIA:

A.K. Mikeev, Cosa ci ha insegnato Chernobil, in L’eco dei Vigili del Fuoco. Periodico di informazione da e per i VV.F. d’Italia, Anno VIII, numero 27, aprile, maggio, giugno 1989, pp. 12-15.



Ringrazio il CSE Gian Paolo Pavani, in servizio al NIA, per il materiale fornito.

sabato 16 aprile 2016

Le cause del fuoco e dei fenomeni ignei

E' il filosofo, tra quelli dell'antica Grecia, che più di tutti s'è avvicinato alla verità, quella scientifica: Democrito di Abdera (vissuto tra il V e il IV secolo a.C.). "Opinione il dolce, opinione l'amaro, opinione il caldo, opinione il freddo, opinione il colore: in realtà soltanto gli atomi e il vuoto". Per questo motivo e non solo, mi sarebbe piaciuto leggere una delle sue opere minori (purtroppo andata perduta, come tutte le sue opere scritte, e ne scrisse davvero tante): "Le cause del fuoco e dei fenomeni ignei". Sono certo che ne avrei tratto proficue nozioni e ispirazioni. Se aveva intuito di cosa fosse costituita la realtà ultima delle cose, probabilmente avrà descritto in maniera non banale il fenomeno della combustione. Certo è che sarebbe interessante poter leggere quale descrizione del fenomeno scaturì dalla mente illuminata di uno scienziato del V secolo a.C. Di un'altra sua opera, intitolata "Piccola cosmologia" (nell'antica Grecia si speculava già sulla natura e sull'immensità del cosmo), se ne conosce l'inizio e poco più, ma basta a capire qual era l'ambizione, la levatura e le aspirazioni speculative degli scienziati di allora: "In quest'opera tratto di tutte le cose". Più penso a dove fosse arrivato il pensiero greco cinque secoli prima di Cristo, e più rimango impressionato. E penso anche al tempo perduto, a quanto ce n'è voluto prima che il sapere tornasse ad esplorare (e superare) i sentieri e le vette da questo raggiunte. La cosa sorprendente è la novità del pensiero greco, e l'impatto che questo ha avuto, e che è giunto fino a noi (tanto che ancora oggi diciamo che esso è alla base e alle origini del pensiero occidentale). Per la prima volta si speculava sulla natura del mondo e dell'esistenza senza ricorrere ai miti, agli dei, alle fantasie più curiose. Per la prima volta si utilizzava la ragione e la logica, per arrivare a capire di cosa fosse fatta la realtà delle cose. Non servivano sacerdoti, non c'erano dogmi da seguire, il sapere aumentava grazie all'apporto dei discepoli delle scuole filosofiche dell'antica Grecia. Ogni generazione aggiungeva qualcosa, e la sapienza cresceva. Non era vietato contraddire il "maestro", l'iniziatore della scuola, anzi la discussione e la critica delle sue idee serviva a migliorare e rafforzare le idee stesse. Non c'è dubbio sul fatto che quella greca fosse una società progredita, libera e che ha dato tanto alla crescita della sapienza del genere umano. Oggi può sembrare banale, scontato. Ma la grandezza di quella società sta nell'aver consentito alle sue menti migliori di emergere e di imporre una novità così grande, quella rappresentata dal trionfo (seppure temporaneo) del pensiero critico e del razionalismo sulla superstizione, la mitologia e il fideismo religioso.


Letture consigliate, per approfondire l'argomento: 

C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Milano 2014.

C. Rovelli, Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Milano 2012. 

B. Russel, Storia della filosofia occidentale.

Mettici il quorum...

L'articolo di Emanuela Martelluzzi, pubblicato su La Fiera dell'est:

Referendum in cerca di quorum per evitare le trivellazioni perpetue

Entropia

Esprimere i concetti attraverso degli esempi (di solito serve a renderli più facilmente comprensibili): foto (1), in alto: ENTROPIA; foto (2), in basso: diminuzione dell'ENTROPIA. 
Ebbene, la condizione della seconda foto è ottenibile sempre e soltanto compiendo un "lavoro". Se prendo delle monete, ordinate per valore e nazione di appartenenza, e le getto nella scatola...avrò un aumento dell'entropia (all'interno del sistema "scatola"). Se le separo una ad una, e le ordino di nuovo per valore o per nazione, compio un lavoro che diminuisce il valore dell'entropia. Questo processo, spontaneamente, non accadrà mai. Ossia se chiudo la scatola e inizio ad agitarla, non accadrà mai che, "spontaneamente", esse si dispongano già belle e divise per valore o nazione di appartenenza. Sarà sempre necessario un "lavoro" per ottenere questo risultato. 
L'entropia è il grado di disordine di un sistema. Esso, spontaneamente, può solo aumentare nel tempo, mai diminuire.