venerdì 18 settembre 2015

Il raccoglitore di legna

Lo incontrammo il 27 febbraio 2007 (ero con l'amico e collega Ferruccio Esibini), nei pressi di Carsoli (AQ), di ritorno da una ciaspolata che effettuammo tra i Carseolani e i Simbruini. Non resistemmo, fermammo la macchina, uscimmo e gli scattammo alcune foto, dopo avergli chiesto il permesso di farlo. Sapemmo poi che si chiama o che lo chiamano Badoglio, chissà perché. Era l'immagine vivente di un mondo perduto, un mondo lento e così lontano, eppure ancora presente intorno a noi, sebbene così rarefatto che è assai difficile da scorgere. Stamattina casualmente, navigando su questo mare straripante di cose che è internet, ho trovato una foto che lo ritrae, nel 2011, ancora insieme al suo fido amico asinello (è la seconda foto sotto, quella dove si vede con la bottiglia in mano). 
Finché riuscirò ancora a vedere queste scene, queste foto di un mondo antico e perduto, specchio di un'esistenza rispettosa dei ritmi umani e di quelli di madre natura, albergherà in me un briciolo di speranza per il futuro. Perché questi ultimi testimoni di un tempo che non conosciamo più, possono ancora insegnare, a noi e alle generazioni che verranno, com'è che si vive rispettando l'equilibrio tra noi, madre terra, le risorse che questa ci offre e le altre creature che la popolano. Senza neanche il bisogno di parlare, è sufficiente osservarli in foto come queste:


Badoglio nei pressi di Carsoli (AQ), il 27 febbraio 2007


Badoglio nel 2011 - Foto di Mauro Di Giovanni, che ringrazio per la gentile concessione

martedì 15 settembre 2015

Il Falco di palude a Roma

Rapace diurno con zampe sottili, forme slanciate e coda lunga. Il maschio è bruno di sopra, rossiccio di sotto, con capo più chiaro, coda e parte delle ali grigie. La femmina è bruno cioccolato uniforme, con nuca, fronte, gola e parte anteriore dell'ala giallo crema. Specie sedentaria, migratrice e dispersiva. In Italia è sedentaria e nidificante con una popolazione di 130-180 coppie. E' l'unica "albanella" strettamente legata a zone umide di acqua dolce o salmastra di varia natura, costiere e dell'interno, anche di ridotta estensione, purché ricche di vegetazione palustre emergente. Tra aprile e maggio depone 3-8 uova (una covata annua), che si schiudono dopo 31-38 giorni. I piccoli volano a 35-40 giorni. Uccelli, mammiferi e rettili costituiscono le prede più ricorrenti (Bibliografia: P. Brichetti, Uccelli. Conoscere, riconoscere e osservare tutte le specie di uccelli presenti in Europa, Novara 2004).

Il Falco di palude (Circus aeruginosus) di tanto in tanto viene a frequentare il laghetto della Caffarella. Le sue apparizioni sono sempre disturbate dalle Cornacchie grigie, che non appena lo vedono iniziano ad attaccarlo per cacciarlo dal loro territorio. Bellissima la scena cui ho assistito una volta, quando una trentina di cornacchie grigie hanno iniziato ad attaccare il falco di palude e all'improvviso ad esse s'è aggiunto anche un Airone cenerino, tutti in volo contro "l'intruso". Era davvero interessante osservare dal vivo un duello del genere...continui volteggi nel cielo, inseguimenti, una caccia serrata, i profili delle temerarie cornacchie grigie, quello sinuoso dell'airone e la tipica V delle ali del falco di palude.

Seguono alcune foto al Falco di palude, che ho scattato alla Caffarella:


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella


Falco di palude alla Caffarella

sabato 12 settembre 2015

Il servizio antincendi nell'antica Roma: dai Tresviri nocturni agli Aediles curules

Foro Romano
Spesso si parla della Militia Vigilum come del primo corpo organizzato di vigili del fuoco nella storia. Questo in realtà è vero solo in parte. Diciamo che il corpo organizzato da Augusto nella Roma del 6 d.C. è l’espressione della massima efficienza raggiunta, per il periodo, attraverso la riforma e gli “aggiustamenti” effettuati sugli istituti cittadini che già da tempo si occupavano di prevenzione ed estinzione degli incendi. Tralasciando il fatto che in realtà veri e propri addetti antincendi esistevano fin nell’antico Egitto, analizziamo in questa pagina come si arrivò all’istituzione della Militia Vigilum e quali erano le istituzioni che prima di questa si occupavano degli incendi a Roma e nelle principali città ad essa collegate.
Nelle Province erano i Collegia Faborum e Centonarii ad occuparsi dei servizi antincendi, corporazioni di mestiere istituite già nella Roma arcaica. Nella città di Roma, intorno al 289 a. C., erano invece attivi i tresviri nocturni o capitales, magistrati che garantivano la vigilanza antincendio e la tutela della pubblica sicurezza, che avevano alle loro dipendenze schiavi e servi pubblici addestrati allo spegnimento del fuoco. Conosciamo poco sul loro numero effettivo e sull’organizzazione della loro struttura, sappiamo soltanto che le loro caserme si trovavano nei pressi delle Mura Serviane. Nel 186 a.C. altri funzionari, i quinqueveri cis Tiberim o Cistiberes, addetti appositamente al servizio di sorveglianza contro gli incendi, vennero affiancati ai tresviri nocturni. Svolgevano il loro compito di prevenzione degli incendi vigilando per le strade della città.
Altra città che condivide con Roma il primato della difesa contro gli incendi, è Napoli. A Neapolis nel 289 a.C. vigilavano gli “Spegnitori”, schiavi addetti al servizio antincendi, la Familia Publica, un corpo di spegnitori in perlustrazione continua per la città, e la Familia Privata, costituita da popolani che si prestavano dietro compenso.
Bisognerà attendere la fine della Repubblica e l’avvento dell’Impero per assistere ad una radicale trasformazione del servizio antincendi. Ottaviano Augusto, nel 22 a.C., affidò l’organizzazione e la responsabilità del servizio antincendi agli Aediles Curules, magistrati posti a capo di un corpo costituito da 600 servi pubblici che avevano l’incarico specifico di spegnere gli incendi.
Gli Aediles Curules erano magistrati eletti in numero di due dai comizi tributi con diritto alla sella curulis (sedile pieghevole ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario), da cui questa denominazione per distinguerli dagli Aediles Plebis. Come questi ultimi, erano addetti anche alla sorveglianza sul commercio pubblico, compreso quello degli schiavi, all’approvvigionamento delle città, alla cura delle strade, degli edifici e dei luoghi pubblici, all’allestimento dei giochi pubblici.
In realtà, oltre a questo corpo pubblico di addetti antincendi, diversi cittadini privati organizzarono delle loro specifiche squadre di addetti antincendi, composti da schiavi. La loro presenza si giustificava con l’elevato numero di incendi che continuavano a minacciare la città e con l’insufficiente azione di contrasto effettuata dal corpo alle dipendenze degli Aediles. Spesso in caso d’incendi questi privati cittadini, in cerca per lo più di benemerenze e d’entrare nelle grazie dei funzionari pubblici, offrivano gli uomini delle loro squadre per operare gli interventi di spegnimento a fianco delle squadre guidate dagli Aediles.
In seguito Augusto, convinto della necessità di rafforzare il servizio antincendi, divise il Corpo in Compagnie o Brigate ripartite in quattordici Regioni urbane con a capo un prefetto da cui dipendevano dei vica magistri e appunto gli Aediles.
Attraverso questi vari passaggi si arrivò progressivamente all’organizzazione di una vera e propria milizia speciale alle dirette dipendenze dello Stato, il cui compito era quello d’individuare e formare un concentrato specializzato di uomini impegnato unicamente nella difesa dell’Urbe dagli incendi, la Militia Vigilum, di cui parlerò in modo più approfondito in un prossimo articolo.

giovedì 10 settembre 2015

Erbe che possiamo incontrare nei parchi romani: Verbasco sinuoso, Ebbio, Uva turca e Ciliegia di Gerusalemme

Oggi pomeriggio, per sottrarmi al logorio della vita moderna (cit. Ernesto Calindri), sono andato a trascorrere qualche ora in uno dei miei parchi preferiti, quello della Caffarella. 
Con l'occasione, mi sono dedicato alla ricerca naturalistica, nello specifico allo studio della flora del parco. Inserisco qui qualche scatto, con relative brevi illustrazioni delle piante immortalate:

Verbascum sinuatum - Verbasco sinuoso

Questa pianta (Verbascum sinuatum) contiene principi tossici, soprattutto nei semi (saponine). Le foglie, al tatto, sono "vellutate".


Sotto invece vediamo il Sambucus ebulus, conosciuto anche come Ebbio, le cui bacche sono tossiche. Da non confondere con il Sambucus nigra (Sambuco comune) le cui bacche, al contrario, sono buone per fare gelatine, marmellate e dolci vari.

Sambucus ebulus


Sambucus ebulus


A seguire vediamo la Phytolacca americana, conosciuta anche come Uva turca. E' anch'essa una pianta tossica, originaria del nord America. Anche le bacche sono tossiche, ma Merli e Cornacchie grigie ne sono ghiotti.


Phytolacca americana


Phytolacca americana


Infine vediamo, nelle foto sotto, la Ciliegia di Gerusalemme, il cui nome scientifico è Solanum pseudocapsicum. Il frutto è simile ai pomodori "ciliegini", e in effetti la pianta appartiene allo stesso genere dei pomodori. Ma è un frutto velenoso, non solo per l'uomo ma anche per cani, gatti e uccelli.


Solanum pseudocapsicum


Solanum pseudocapsicum

I conigli a Roma

In una metropoli come Roma, sembrerà strano, può capitare di incontrare dei conigli liberi in natura, nei parchi. A me capita spesso, in particolare quando sono impegnato nelle attività di monitoraggio e censimento della fauna e avifauna delle aree verdi romane, in qualità di attivista del WWF.
E' soprattutto nell'area della Caffarella che ne ho visti di più. Si tratta di conigli domestici inselvatichiti, probabilmente fuggiti o liberati da qualche allevatore, che ora vivono liberi in natura. Sicuramente la loro presenza attrae un buon numero di predatori, come la volpe (avvistata anch'essa in più occasioni) o la donnola, quest'ultima osservata il 19 giugno 2015 proprio nel punto dove, poco prima, avevo avvistato e fotografato alcuni conigli.

Le foto che seguono, invece, le ho scattate il 20 dicembre 2014, alla Caffarella:











Il servizio antincendi nacque nell'Egitto tolemaico?

Erone di Alessandria
Si è talvolta sentito affermare che forse qualcosa di simile ad un “servizio antincendi” nacque con la scoperta stessa del fuoco (1). Può apparire una frase di circostanza, ma probabilmente c’è in parte del vero, in quanto i nostri pro-genitori dell’era preistorica erano dediti alla “conservazione” del fuoco, necessario per i vari usi che andavano, come tutti sappiamo, dalla cottura dei cibi, all’illuminazione notturna, al riscaldamento, alla caccia e via dicendo. “Conservare” era sinonimo di controllare, gestire, in sostanza evitare che dal focolare acceso scaturisse un incendio incontrollato. Ecco pertanto che gli “scopritori” del fuoco furono a tutti gli effetti, fin da subito, “vigili” del fuoco.
Ma a parte queste speculazioni estemporanee che non troveranno mai una risposta precisa, se vogliamo risalire a quello che probabilmente fu il primo vero e proprio servizio antincendi organizzato della storia, dobbiamo arrivare all’Egitto del periodo tolemaico, ossia quello che vide la luce dopo che Alessandro Magno conquistò la regione, sconfiggendo e cacciando i persiani (dando così avvio all’età ellenistica). Gli egiziani videro in Alessandro un liberatore, e lo proclamarono Faraone. Alla sua morte un suo generale, Tolomeo I, divenne re d’Egitto e inaugurò una dinastia, quella tolemaica appunto, che regnò per 300 anni e finì con Cleopatra.
Il servizio antincendi oggetto di questa breve ricerca sembra che fu istituito come presidio per la maestosa Biblioteca di Alessandria, all’epoca centro del sapere “mondiale”. Si narra che ogni nave che entrava nel porto di Alessandria (illuminato dal grandioso Faro fatto costruire da Tolomeo I, rimasto in piedi per 1600 anni) doveva consegnare alla Biblioteca (affinché li copiasse) eventuali manoscritti presenti a bordo. La Biblioteca, poi, si dice che restituiva non l’originale ma la copia. E fu non a caso ad Alessandria che nacque (intorno al I sec. d. C.) un valente ingegnere, Erone, che costruì diverse macchine antincendio (per lo più modelli di pompe) e quello che venne ritenuto il primo estintore della storia (2).
Nonostante tutto, fu proprio un incendio a distruggere per sempre tutto il sapere del mondo antico raccolto nella grande Biblioteca di Alessandria. Ma il contributo che la classicità greca diede all’evoluzione dei servizi antincendi fu di fondamentale importanza. Fu un greco, tal Ctesibio, a fornire nel III sec. a. C. la prima pompa antincendio, l’Antlia Ctesibiana (3). Fu quindi Erone di Alessandria, nel corso dell’età ellenistica, a perfezionare le macchine antincendio. Fu infine Roma, che più di ogni altro fece proprio lo spirito ellenistico della civiltà greca (cui riconobbe sempre l’indiscussa superiorità), che concluse l’opera con l’istituzione della Militia Vigilum, che perfezionava l’organizzazione di quei corpi antincendio già istituiti in epoca repubblicana e alle dipendenze di magistrati noti come Aediles Curules.



NOTE:

(1) Gli antropologi ritengono che l’Homo Erectus sia stata la prima specie umana a controllare il fuoco.

(2) Erone alessandrino inventò anche la prima macchina a vapore della storia (l’eolipila). Ma paradossalmente la rivoluzionaria invenzione non trovò alcun impiego, in quanto allora la forza lavoro era talmente a buon mercato (per la presenza degli schiavi) che semplicemente non serviva a nulla. Bisognerà aspettare la Rivoluzione Industriale per “riscoprire” la forza del vapore.

(3) In realtà, almeno all’inizio, questa invenzione di Ctesibio serviva a lanciare liquidi infiammabili nel corso delle battaglie, soprattutto navali. Venne poi utilizzata come pompa antincendio.

mercoledì 9 settembre 2015

Il Falco pecchiaiolo in Abruzzo

Passeggiando lungo uno dei sentieri delle montagne abruzzesi, ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare, verso la fine di luglio, due splendidi esemplari di Falco pecchiaiolo. 
E' la prima volta che osservo questa specie sui Monti Carseolani (mi è già capitato di osservarli a Roma, alti nel cielo, alla Caffarella o in prossimità del Lago ex Snia, durante il passo migratorio), volavano molto bassi e uno dei due aveva predato un piccolo rettile (una lucertola o un ramarro), visibile negli artigli. 
Il Falco pecchiaiolo è un migratore, arriva dall'Africa sub-sahariana a maggio e tra non molto (fine agosto/inizio settembre) vi farà ritorno.
E' probabile che abbiano nidificato proprio vicino al luogo dove li ho avvistati, il che è piuttosto importante, dal momento che è considerato un nidificante scarso in Italia (dove comunque non mancano i siti di riproduzione, lungo l'Appennino o sulle Alpi), alla quale preferisce i territori dell'Europa centrale, orientale e settentrionale.
I pecchiaioli sono insettivori (sono ghiotti soprattutto di vespe) e integrano la dieta anche con qualche piccolo rettile, anfibio o mammifero. Per alimentare i piccoli spesso portano loro i nidi interi delle vespe, dai quali estraggono le larve dai buchi con la punta del becco o con gli artigli.
Il suo aspetto in volo è imponente, l'apertura alare può raggiungere i 135 cm. Usa spesso le correnti ascensionali di aria calda per volteggiare in termica, come fanno anche i Grifoni o le Poiane (con le quali spesso viene confuso). 
Durante la migrazione pre e post-riproduttiva, migliaia di esemplari attraversano lo Stretto di Messina, dove purtroppo fino agli anni 70 e 80 erano oggetto di una caccia spietata, soprattutto in Calabria. Oggi la situazione è decisamente migliorata, ma il fenomeno del bracconaggio purtroppo persiste e centinaia di Falchi pecchiaioli cadono ancora sotto il tiro delle doppiette. 
E' una specie particolarmente protetta dalla Direttiva Uccelli.







martedì 8 settembre 2015

I pappagalli di Roma

E' noto che a Roma vivono stabilmente, da tempo, due specie di pappagallo (1): il Parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus) e il Parrocchetto dal collare (Psittacula krameri). Una terza specie, il Parrocchetto di Alessandro (Psittacula eupatria), dimora nel Parco della Caffarella almeno dal 2010 (anno della prima segnalazione nota), ma finora non sembra essere stato in grado di riprodursi e diffondersi. 
Nel febbraio del 2015 ho avvistato e fotografato questi unici due esemplari conosciuti di Parrocchetto di Alessandro, all'atto dell'accoppiamento. Se la riproduzione è avvenuta o meno, avrò modo di constatarlo nei prossimi giorni o settimane. 
La presenza e la diffusione sempre maggiore di specie alloctone è spesso fonte di preoccupazione, in quanto i nuovi arrivati possono creare problemi alle specie indigene, rubandone gli spazi e mettendosi in competizione con esse (ad esempio i parrocchetti dal collare entrano in competizione con i picchi, ai quali sottraggono i nidi). E' anche vero che, almeno dal punto di vista estetico, i pappagalli aggiungono colore e allegria, grazie al loro carattere gioioso e chiassoso. Sono anche molto sociali e intelligenti, i Parrocchetti monaco ad esempio costruiscono nidi molto elaborati.

A seguire alcune foto delle tre specie di parrocchetto, che ho scattato alla Caffarella durante l'attività di monitoraggio e censimento delle specie di avifauna che frequentano i parchi di Roma, portata avanti in qualità di attivista WWF.


NOTE:

(1) Si tratta dei discendenti dei primi esemplari che trovarono la libertà a partire dagli anni Settanta del Novecento. Nello specifico i Parrocchetti dal collare, originari dell'Africa e dell'Asia, iniziarono a diffondersi sul finire degli anni Settanta mentre i Parrocchetti monaci, originari del Sud America, sono considerati naturalizzati dalla metà degli anni Novanta del Novecento. 

Per le notizie sulle specie alloctone (non solo di avifauna) diffuse in città, consiglio la lettura del bellissimo libro di Antonio Canu, Roma selvatica, Editori Laterza 2015.


Parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), fotografato il 30 maggio 2014


Parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), fotografato il 30 maggio 2014


Parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), fotografato il 30 maggio 2014


Parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), fotografato il 30 maggio 2014


Parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), fotografato il 29 marzo 2015


Parrocchetto dal collare (Psittacula krameri), fotografato il 6 marzo 2014


Parrocchetto dal collare (Psittacula krameri), fotografato il 6 marzo 2014


Parrocchetti di Alessandro (Psittacula eupatria), fotografati il 10 marzo 2015


Parrocchetti di Alessandro (Psittacula eupatria), fotografati il 10 marzo 2015

domenica 6 settembre 2015

Il Gufo di palude a Roma

Il Gufo di palude (Asio flammeus) ha fatto la sua improvvisa e gradita comparsa al Parco della Caffarella il 30 marzo 2015. 
Con l'amico Mario Paloni eravamo impegnati nella consueta attività di monitoraggio e censimento dell'avifauna del parco, che portiamo avanti da tempo in qualità di attivisti e volontari del WWF Lazio - Gruppo Attivo Pigneto Prenestino. All'improvviso è comparso lui, immancabilmente mobbato da alcune Cornacchie grigie. Molto probabilmente era un esemplare di passaggio, in quanto nei giorni successivi non l'abbiamo più avvistato in loco. 

Seguono le foto che ho scattato quel giorno al Gufo di palude:

Gufo di palude (Asio flammes)